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Una fotografia autentica può ingannare quanto una notizia inventata. Le differenze tra errori, manipolazione intenzionale e informazioni fuori contesto.


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Disinformazione: perché una notizia falsa non è sempre una bugia


Una fotografia autentica può raccontare una notizia falsa. Basta cambiare la data, attribuirla a un luogo diverso o accompagnarla con una didascalia ingannevole. L'immagine rimane vera, ma il messaggio che trasmette non lo è più. È uno dei meccanismi della disinformazione, una parola che incontriamo sempre più spesso nelle notizie e che nasconde una distinzione importante: non tutto ciò che è falso nasce da una menzogna, e non tutto ciò che inganna è completamente inventato.

Siamo abituati a considerare falso, bugia e disinformazione come termini quasi equivalenti. In realtà descrivono situazioni differenti, soprattutto quando entrano in gioco le intenzioni di chi comunica.

La parola disinformazione è formata dal prefisso dis-, che può esprimere negazione o opposizione, e dal sostantivo informazione. Quest'ultimo deriva dal verbo informare, che risale al latino informare, originariamente legato all'idea di dare forma a qualcosa e, successivamente, a quella di istruire e trasmettere conoscenze.

È un'origine interessante, perché informare significa anche contribuire a dare forma alla conoscenza che abbiamo della realtà. Disinformare, nel suo significato più specifico, vuol dire invece alterare deliberatamente questa rappresentazione, diffondendo notizie inesatte o distorte per orientare le convinzioni e le scelte delle persone.

Il Vocabolario Treccani registra proprio questa accezione, accanto a un'altra più generale: la disinformazione può indicare anche la mancanza o la scarsità di informazioni attendibili su un argomento. Dire che esiste molta disinformazione su una questione, dunque, può significare sia che circolano notizie manipolate, sia che le persone non dispongono di conoscenze sufficienti e affidabili.

Nel dibattito pubblico contemporaneo, soprattutto quando si parla di social network, propaganda e campagne organizzate, il termine viene utilizzato prevalentemente nel primo significato. E qui diventa fondamentale distinguere l'errore dall'inganno intenzionale.

Immaginiamo che una persona legga una notizia falsa e la condivida in buona fede con amici e familiari. Non ha verificato la fonte, ma è convinta che il contenuto sia autentico. Sta contribuendo a diffondere un'informazione sbagliata, senza necessariamente voler ingannare qualcuno.

Se invece quella stessa notizia viene inventata o manipolata consapevolmente per influenzare l'opinione pubblica, ci troviamo davanti a un comportamento diverso. Nel significato più rigoroso del termine, è proprio l'intenzione di ingannare a caratterizzare la disinformazione.

Questa differenza viene riconosciuta anche dalla Commissione europea, che distingue la disinformation, diffusa con l'intento di ingannare o ottenere vantaggi politici ed economici, dalla misinformation, cioè la circolazione di contenuti falsi o fuorvianti senza intenzioni dannose.

La distinzione è meno immediata in italiano, dove la parola disinformazione viene spesso impiegata per entrambe le situazioni. Per questo, quando si analizza una notizia falsa, non basta stabilire che cosa non è vero: occorre anche capire come e perché quel contenuto sia stato diffuso.

C'è poi un aspetto ancora più sorprendente. La disinformazione non richiede necessariamente l'invenzione di un fatto inesistente.

Una fotografia può essere autentica ma presentata come testimonianza di un avvenimento diverso. Una dichiarazione può essere riportata correttamente, ma privata delle frasi che ne chiariscono il senso. Un dato statistico può essere vero e tuttavia utilizzato in modo da suggerire conclusioni che non dimostra.

In questi casi il problema non riguarda soltanto la verità dei singoli elementi, ma il modo in cui vengono selezionati e collegati. Si può costruire un racconto ingannevole anche utilizzando frammenti di realtà.

È una delle ragioni per cui la parola disinformazione descrive un fenomeno più complesso della semplice bufala. Quest'ultima, nell'uso comune, richiama soprattutto una notizia priva di fondamento, spesso clamorosa o assurda. La disinformazione può invece essere molto più difficile da riconoscere, proprio perché mescola elementi verificabili e interpretazioni fuorvianti.

Anche il termine inglese fake news, ormai familiare nel linguaggio italiano, non coincide perfettamente con disinformazione. Indica generalmente notizie false, in particolare quelle diffuse attraverso la rete, ma non chiarisce necessariamente se siano nate da un errore, da uno scherzo o da una precisa strategia di manipolazione.

L'arrivo dell'intelligenza artificiale ha aggiunto nuove possibilità a questi meccanismi. Immagini e voci sintetiche possono rendere credibili episodi mai avvenuti, mentre fotografie e filmati autentici possono continuare a essere utilizzati fuori contesto. La tecnologia cambia gli strumenti, ma non elimina la distinzione fondamentale tra sbagliare, mentire e manipolare.

Un'altra difficoltà riguarda il momento in cui riceviamo una notizia. Possiamo verificarne il contenuto, confrontarlo con altre fonti e ricostruirne la provenienza, ma stabilire con certezza le intenzioni di chi l'ha pubblicata è spesso molto più complicato. Attribuire a qualcuno un progetto deliberato di disinformazione richiede quindi elementi ulteriori rispetto alla semplice dimostrazione che una notizia sia falsa.

È forse questa la sfumatura più importante che la parola ci invita a riconoscere. Una notizia falsa descrive un problema di verità; una bugia implica la consapevolezza di mentire; la disinformazione, nel senso più specifico, aggiunge l'obiettivo di influenzare attraverso l'inganno.

La differenza non è soltanto linguistica. Ci aiuta a leggere con maggiore precisione ciò che incontriamo ogni giorno, evitando sia di credere troppo facilmente a una notizia, sia di considerare automaticamente bugiardo chiunque abbia condiviso un'informazione sbagliata.



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