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Una parola costruita con elementi familiari dell'italiano ha assunto negli ultimi anni un'accezione politica molto specifica. Dall'antico verbo “remigrare” agli usi contemporanei, ecco come è cambiato il termine e perché è diventato controverso.


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Remigrazione, rimpatrio ed espulsione non significano la stessa cosa: cosa cambia


Fino a pochi anni fa, molti italiani probabilmente non avevano mai incontrato la parola remigrazione. Oggi compare nei convegni politici, sugli striscioni e nei titoli dei giornali. Negli ultimi giorni è risuonata anche a Pontida e a Orvieto, confermando quanto rapidamente un termine possa spostarsi dai margini del dibattito al linguaggio della politica nazionale.

A prima vista, remigrazione sembra una parola quasi autoesplicativa. Dentro c'è migrazione, preceduta dal prefisso re-, che suggerisce un movimento di ritorno: migrare e poi, in qualche modo, migrare nuovamente nella direzione opposta.

Ed è proprio questo il suo significato letterale: il ritorno al luogo d'origine dopo una precedente migrazione. L'Accademia della Crusca segnala che il sostantivo italiano è un calco dell'inglese remigration, ma ricorda anche l'esistenza dell'antico verbo italiano remigrare, attestato fin dal Cinquecento con il significato di “tornare al luogo di origine”.

La storia della parola, dunque, è più antica della polemica politica che oggi la circonda.

Ciò che è nuovo è soprattutto il significato politico che “remigrazione” ha assunto negli ultimi anni. Treccani l'ha inserita tra i Neologismi 2025 definendola un eufemismo riferito al ritorno forzato di persone immigrate nel Paese d'origine; la stessa fonte individua nella stampa italiana attestazioni di questo uso almeno dal 2017.

È importante questa distinzione, perché permette di capire un fenomeno linguistico piuttosto interessante: una parola può essere formalmente antica o costruita con elementi perfettamente normali della lingua e, allo stesso tempo, acquisire un'accezione politica nuova.

Nel dibattito europeo contemporaneo, remigrazione è stata rilanciata soprattutto nell'area identitaria e della destra radicale. Un passaggio che le ha dato particolare visibilità internazionale è stato l'incontro avvenuto nei pressi di Potsdam nel novembre 2023, divenuto un caso politico in Germania dopo che un'inchiesta giornalistica rese pubblico quanto discusso. Il termine è associato in particolare all'attivista austriaco Martin Sellner ed è successivamente entrato con maggiore forza nel dibattito di partiti e movimenti europei. Studi recenti sul linguaggio politico sottolineano però che non tutti coloro che impiegano la parola delimitano allo stesso modo le persone alle quali dovrebbe applicarsi: ed è proprio questa elasticità semantica a renderla particolarmente controversa.

Il fenomeno è arrivato con evidenza anche in Italia. Il 19 settembre 2026, al Forum dell'Indipendenza italiana di Orvieto, la remigrazione era esplicitamente fra i temi dell'incontro. Gianni Alemanno l'ha descritta in quell'occasione come parte di un modello di “immigrazione rotazionale”, indicando anche la prospettiva del rientro nel Paese d'origine. Nello stesso fine settimana, a Pontida, cronache ANSA hanno registrato cori dei giovani leghisti favorevoli alla remigrazione.

È qui che la parola diventa linguisticamente interessante.

Espulsione, rimpatrio, deportazione, ritorno e remigrazione non sono infatti sinonimi perfetti. Rimpatrio mette al centro il ritorno in patria e possiede già significati amministrativi e giuridici precisi a seconda del contesto; espulsione indica esplicitamente un provvedimento che allontana qualcuno; deportazione porta con sé un significato coercitivo e un fortissimo peso storico. Remigrazione, invece, nella sua struttura suggerisce semplicemente una migrazione che percorre il tragitto inverso.

Questa apparente neutralità è una delle ragioni per cui il termine suscita discussione. L'Accademia della Crusca e Treccani interpretano il suo uso politico contemporaneo come eufemistico, cioè come l'impiego di una parola relativamente neutra per designare proposte di allontanamento che possono comprendere forme coercitive. I promotori politici del concetto possono invece presentarlo con formulazioni diverse, dal ritorno incentivato fino a politiche di rimpatrio più estese. Per questo, quando si incontra la parola, il contesto è decisivo: “remigrazione” da sola non dice necessariamente quali misure concrete vengano proposte.

C'è poi una piccola particolarità tutta linguistica. Remigrazione suona immediatamente comprensibile anche a chi non l'ha mai sentita. Non sembra un tecnicismo importato, né un'espressione artificiale. È costruita con materiale familiare e segue un meccanismo che conosciamo bene: re- può indicare ripetizione, ritorno o movimento all'indietro.

Proprio questa naturalezza mostra quanto la forma di una parola possa influire sulla percezione del suo significato. “Remigrazione” descrive linguisticamente un movimento; il dibattito politico riguarda invece chi dovrebbe compierlo, volontariamente o meno, secondo quali criteri e attraverso quali strumenti.

È anche per questo che una parola fino a poco tempo fa sconosciuta a gran parte del pubblico è diventata così visibile. Non è cambiato soltanto il suo grado di diffusione. È cambiato soprattutto ciò che, pronunciandola, si porta dentro la discussione.

Ed è spesso così che il lessico politico si rinnova: non inventando necessariamente parole completamente nuove, ma dando una nuova forza a parole che sembravano dire qualcosa di molto più semplice.



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